“La prognosi non è mai certa, ma il rischio non deve paralizzare. Da qui l’importanza dell’empatia”.
L’importanza di promuovere stili di vita sani per la prevenzione, non solo del tumore al seno
Il consumo eccessivo di alcol è responsabile fino all’11% delle nuove diagnosi di tumore al seno, ma questo non è l’unico fattore di rischio modificabile. La sedentarietà è un altro aspetto fondamentale da considerare.
“È davvero impressionante l’impatto che un’adeguata attività fisica potrebbe avere non solo sulle malattie oncologiche, ma anche su quelle metaboliche e cardiovascolari, e aiuterebbe a ridurre sovrappeso e obesità che rappresentano un altro fattore di rischio modificabile in menopausa – ha sottolineato Giampaolo Bianchini, professore associato all’Università Vita-Salute San Raffaele e Responsabile del reparto di Tumori della Mammella all’IRCCS Ospedale San Raffaele.
“È fondamentale rafforzare le campagne di sensibilizzazione sul legame tra stili di vita scorretti e il rischio di sviluppare un tumore al seno” ha detto, spiegando che è essenziale accrescere la consapevolezza della popolazione riguardo all’importanza di questi comportamenti salutari per la prevenzione.
La comunicazione con le pazienti
Bianchini ha anche approfondito un altro aspetto fondamentale nella lotta contro il tumore al seno: la comunicazione con le pazienti. Secondo lui, la chiarezza nella comunicazione è cruciale per una scelta consapevole del percorso di cura. “Se la donna che hai di fronte a te non capisce che cosa le viene proposto di fare, il perché le viene proposto di farlo e che cosa comporta, non può fare una scelta condivisa e consapevole del percorso di cura”.
“C’è una differenza radicale – ha aggiunto – tra una paziente che è a rischio di avere una recidiva di malattia e una paziente che ha effettivamente una recidiva metastatica della malattia. Nel contesto specifico della malattia metastatica, viene spesso detto alle donne che l’obiettivo della terapia è di cronicizzare la malattia, ma questo non è necessariamente corretto per tutte le pazienti”.
La cronicizzazione della malattia: una speranza, ma non per tutte le pazienti
Uno degli aspetti più discussi attualmente riguarda la cronicizzazione della malattia metastatica.
Bianchini ha sottolineato che, sebbene alcune pazienti con carcinoma mammario metastatico possano rispondere ai trattamenti in modo tale da “cronicizzare” la malattia e vivere con essa per un lungo periodo, non tutte le pazienti possono aspettarsi lo stesso esito perché la variabilità di risposta e di beneficio è estremamente variabile.
Al contrario, in alcuni casi selezionati, per la malattia metastatica l’obiettivo terapeutico potrebbe addirittura essere quello di una guarigione, sebbene sia opportuno essere molto prudenti, perché pur avendo pazienti libere da progressione anche dopo 15 anni dalla diagnosi non siamo ancora certi che queste pazienti siano effettivamente guarite.
“Purtroppo però, a dispetto dei migliori trattamenti possibili, alcune donne hanno ancora una aspettativa di vita dopo la diagnosi di malattia metastatica breve, e pertanto la ricerca svolge ancora un ruolo fondamentale”.
La gestione della paura e dell’incertezza
“È giusto spiegare tutto questo a una donna senza creare la paura della malattia”, ha dichiarato il Professore, sottolineando che, sebbene a volte non sia possibile essere certi del fato individuale delle pazienti, è importante spiegare la situazione con empatia, facendo comprendere che se non si può scegliere la propria malattia, si può invece scegliere come continuare a vivere una vita piena, pur in presenza di incertezze.
“Prendiamo il treno, prendiamo la macchina, e sappiamo che sono possibili degli incidenti gravi, a volte mortali, ma nessuno di noi pensa quando sale su una macchina che avrà un incidente di questo tipo”, ha continuato, cercando di trasmettere l’idea che il rischio non deve paralizzare la vita quotidiana.
Bianchini ha concluso il suo intervento evidenziando come, pur nella complessità del tema, sia fondamentale “spiegare tutto nel modo giusto, prendendosi il tempo necessario per farlo”, aiutando la paziente a comprendere il rischio senza viverlo come una condanna.